Pubblicato il Maggio 20, 2024

Il passaggio al SaaS non è solo una conversione da CapEx a OpEx, ma uno strumento strategico per la gestione proattiva della liquidità e la mitigazione dei rischi operativi nel contesto italiano.

  • Flessibilità dei costi: le licenze “per utente” permettono di adattare le spese in tempo reale a scenari come la Cassa Integrazione, liberando capitale.
  • Mitigazione dei rischi: l’adozione di software obsoleto o non conforme (GDPR, ACN) rappresenta un costo sommerso e un rischio legale che il SaaS qualificato elimina.

Raccomandazione: Avviare un audit delle licenze attive e dei costi di manutenzione on-premise per quantificare il potenziale di risparmio e il TCO (Total Cost of Ownership) reale della vostra infrastruttura attuale.

Per anni, il dibattito sul Software as a Service (SaaS) si è fossilizzato su una singola, onnipresente idea: la trasformazione delle spese in conto capitale (CapEx) in spese operative (OpEx). Sebbene corretta, questa visione è oggi limitante e nasconde il vero valore strategico che un CFO può estrarre da questa transizione. Ridurre l’adozione del cloud a una semplice riclassificazione contabile significa ignorare le sue implicazioni più profonde sulla gestione della liquidità, sulla flessibilità del bilancio e sulla mitigazione proattiva dei rischi operativi, specialmente all’interno del complesso ecosistema normativo e culturale italiano.

La vera domanda non è più “se” passare al cloud, ma “come” orchestrare questa transizione per trasformarla in un vantaggio competitivo tangibile. Molti si fermano ai benefici evidenti, come l’eliminazione dei costi di manutenzione dell’hardware, senza considerare i costi sommersi derivanti da software inutilizzati o i rischi legati alla sovranità dei dati. Ma se la chiave non fosse solo tagliare i costi, ma rendere l’intera struttura dei costi IT più intelligente, reattiva e resiliente? Questo approccio sposta il focus dal risparmio immediato alla creazione di valore a lungo termine.

Questo articolo è stato pensato per i Direttori Finanziari che vogliono andare oltre la superficie. Analizzeremo gli meccanismi finanziari che rendono il SaaS uno strumento di gestione strategica, esplorando come la flessibilità dei costi impatta il bilancio in periodi di crisi, come superare le barriere tecniche e culturali tipicamente italiane e come navigare le complesse scelte su sicurezza e conformità normativa. L’obiettivo è fornire una roadmap chiara per prendere decisioni informate che non solo riducano le spese, ma rafforzino la salute finanziaria dell’intera azienda.

Per navigare in modo efficace questa analisi strategica, abbiamo strutturato l’articolo in diverse sezioni chiave. Il sommario seguente vi guiderà attraverso ogni aspetto fondamentale del passaggio al SaaS dal punto di vista di un CFO.

Perché pagare le licenze software “per utente” salva il bilancio durante i periodi di crisi?

Il modello di costo variabile basato su licenze “per utente” o “pay-per-use” è il primo e più potente strumento di gestione finanziaria offerto dal SaaS. A differenza dell’acquisto di una licenza perpetua, che rappresenta un costo fisso e un capitale immobilizzato, il modello a consumo trasforma la spesa IT in un costo direttamente proporzionale all’attività operativa. In un contesto economico volatile, questa flessibilità non è un dettaglio, ma un vero e proprio ammortizzatore per il bilancio. Durante periodi di contrazione, come quelli che richiedono l’attivazione della Cassa Integrazione Guadagni (CIG), la possibilità di ridurre o sospendere istantaneamente le licenze per i dipendenti non operativi si traduce in un risparmio immediato che migliora la liquidità.

L’esperienza delle PMI italiane durante la pandemia ha dimostrato concretamente questo vantaggio. La capacità di scalare i costi IT verso il basso ha permesso a molte aziende di liberare capitale circolante essenziale. Come evidenziato da analisi di settore, “la flessibilità di cassa ha permesso di liberare capitale circolante per cogliere sconti fornitore, investire in stock strategici o semplicemente dormire sonni più tranquilli”. Questa non è solo ottimizzazione, è resilienza finanziaria. In un mercato come quello italiano, che vede una crescita annuale del 46% del mercato SaaS, ignorare questa leva strategica significa perdere un’opportunità di competitività.

Per un CFO, questo significa poter correlare direttamente le spese IT al fatturato, migliorando la prevedibilità e il controllo del cash flow. Invece di portare a bilancio un asset che si svaluta nel tempo (l’infrastruttura on-premise), si gestisce una spesa operativa che si adatta dinamicamente alle esigenze reali dell’azienda, trasformando l’IT da centro di costo fisso a partner strategico della crescita.

Il vostro piano d’azione per l’ottimizzazione dei costi SaaS in CIG

  1. Identificare immediatamente i dipendenti in Cassa Integrazione Guadagni e sospendere le relative licenze SaaS.
  2. Negoziare con i fornitori SaaS la possibilità di congelare temporaneamente gli account invece di cancellarli per preservare i dati.
  3. Documentare le riduzioni orarie per richiedere sconti proporzionali sui piani mensili, se applicabile.
  4. Valutare l’attivazione di piani di emergenza con licenze condivise per i team che operano a ranghi ridotti.
  5. Eseguire un monitoraggio mensile dell’utilizzo effettivo delle licenze rispetto a quelle pagate per identificare ulteriori ottimizzazioni.

Come trasferire il database aziendale su SaaS senza perdere lo storico clienti?

Una delle maggiori paure che frena la transizione al cloud è il timore di perdere o corrompere lo storico dei dati aziendali, in particolare il database clienti. Questa preoccupazione è legittima, ma superabile attraverso una pianificazione metodica. La migrazione non è un “salto nel buio”, ma un processo ingegnerizzato che prevede diverse strategie, ognuna con un bilanciamento specifico tra velocità, costi e rischi. L’obiettivo non è semplicemente “spostare” i dati, ma garantirne l’integrità, la continuità operativa e, possibilmente, migliorarne le performance nel nuovo ambiente.

Processo di migrazione dati dal server locale al cloud con fasi progressive che collegano i due ambienti

Come illustrato, il processo non è un interruttore on/off, ma un ponte costruito con attenzione. Per le PMI italiane, le cui infrastrutture sono spesso un mosaico di sistemi stratificati nel tempo, l’approccio più sicuro è spesso quello graduale o ibrido. Questo permette di mantenere il sistema esistente operativo mentre si testa e si valida la nuova piattaforma cloud, minimizzando l’impatto sugli utenti finali e riducendo il rischio di interruzione del servizio.

Le strategie di migrazione sono ben codificate e la scelta dipende dalla complessità dell’infrastruttura esistente e dagli obiettivi di business. Il manuale di abilitazione al cloud per la PA italiana, una fonte autorevole in materia, delinea chiaramente le opzioni disponibili.

Strategie di migrazione database per PMI italiane
Strategia Vantaggi Rischi Tempi
Re-host (Lift & Shift) Migrazione rapida, nessuna modifica al core applicativo Non ottimizza per il cloud 2-4 settimane
Re-platform Ottimizzazione componenti, migliore resilienza Richiede test approfonditi 2-3 mesi
Migrazione graduale/ibrida Riduce rischi, coesistenza vecchio/nuovo sistema Costi duplicati temporanei 3-6 mesi

SaaS proprietario o Open Source gestito: quale scelta evita il lock-in costoso?

La scelta tra una piattaforma SaaS proprietaria (come Microsoft 365 o Salesforce) e una soluzione basata su software Open Source gestito da un provider (come un CRM basato su SuiteCRM ospitato in cloud) ha implicazioni finanziarie e strategiche a lungo termine. La paura principale è il vendor lock-in: legarsi a un unico fornitore al punto che un eventuale cambio futuro diventerebbe proibitivo in termini di costi, tempi e perdita di dati. Dal punto di vista di un CFO, il lock-in non è un problema tecnico, ma un rischio finanziario che limita il potere negoziale e la capacità di adattamento dell’azienda.

Le soluzioni proprietarie offrono un ecosistema integrato, supporto centralizzato e, spesso, una maggiore semplicità d’uso “out-of-the-box”. Tuttavia, i dati sono gestiti secondo i formati e le logiche del provider, rendendo l’esportazione e la migrazione potenzialmente complesse. Le soluzioni Open Source gestite, d’altro canto, promettono maggiore flessibilità e portabilità dei dati, basandosi su standard aperti. Il rovescio della medaglia può essere una minore integrazione nativa e un’esperienza utente meno rifinita.

Nel contesto italiano, un fattore dirimente è la conformità normativa. Per le aziende che lavorano con la Pubblica Amministrazione, la scelta è già orientata. Come stabilito dalla normativa, dal 1 aprile 2019, il 100% delle PA deve acquisire esclusivamente servizi cloud qualificati ACN (Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale). Affidarsi a fornitori qualificati, che siano essi basati su tecnologia proprietaria o open source, diventa la principale garanzia contro il lock-in normativo: si ha la certezza che il provider rispetta standard di sicurezza e interoperabilità definiti a livello nazionale, facilitando future migrazioni verso altri provider altrettanto qualificati.

La vera strategia anti-lock-in non risiede tanto nella tecnologia in sé (proprietaria vs. open), quanto nella scelta di partner che garantiscano la portabilità dei dati contrattualmente e che aderiscano a standard riconosciuti, come quelli dell’ACN. Questo trasforma la conformità da obbligo a strumento di libertà strategica.

L’errore di lasciare attive le licenze degli ex dipendenti che costa migliaia di euro

Uno dei costi sommersi più comuni e facilmente eliminabili nella gestione IT è il pagamento di licenze software per dipendenti che hanno già lasciato l’azienda. Questo spreco, spesso invisibile a un primo sguardo, deriva da una mancanza di comunicazione e di procedure integrate tra il dipartimento HR e l’IT. Ogni licenza SaaS non revocata è una piccola emorragia finanziaria che, moltiplicata per il numero di dipendenti e per il tasso di turnover, può raggiungere cifre significative. Si tratta di un puro e semplice spreco di risorse che impatta direttamente la bottom line senza generare alcun valore.

Per quantificare il problema, basta un semplice calcolo. Considerando una PMI italiana di 50 dipendenti con un turnover annuo del 10% (5 persone) e un costo medio di 30€ al mese per un pacchetto di licenze (es. suite collaborative, CRM), si arriva a uno spreco di circa 1.800€ all’anno per licenze dimenticate. Questa cifra può sembrare modesta, ma cresce esponenzialmente con la dimensione dell’azienda e con la complessità del suo stack tecnologico. È un costo operativo che un CFO non può permettersi di ignorare.

Manager controlla con espressione concentrata una dashboard per la gestione delle licenze software aziendali attive

La soluzione non è tecnica, ma procedurale. Richiede l’implementazione di un processo di offboarding IT rigoroso, strettamente sincronizzato con le procedure HR. Ad esempio, la revoca delle licenze dovrebbe essere un’azione obbligatoria e contestuale alla comunicazione di cessazione del rapporto di lavoro all’INPS. L’integrazione di questi processi permette di trasformare la gestione delle licenze da un’attività reattiva a un controllo proattivo dei costi. Un audit trimestrale delle licenze attive confrontate con l’elenco dei dipendenti in forza è un’altra pratica fondamentale per identificare e tappare queste falle finanziarie.

Come negoziare il contratto SaaS enterprise per ottenere sconti volume reali?

La negoziazione di un contratto SaaS a livello enterprise non deve essere un processo passivo di accettazione dei termini standard del fornitore. Per un CFO, questo è un momento cruciale per esercitare leve strategiche e ottenere condizioni che vadano oltre il semplice prezzo di listino. Le aziende, specialmente le PMI italiane, spesso sottovalutano il proprio potere contrattuale, ma esistono tattiche precise per massimizzare il valore dell’accordo, trasformando la negoziazione in un’opportunità di risparmio e di partnership strategica.

Una delle leve più efficaci è il timing. Molti grandi fornitori SaaS, soprattutto quelli multinazionali, hanno trimestri fiscali che non coincidono con l’anno solare. Avviare le trattative verso la fine del loro trimestre (spesso marzo, giugno, settembre o dicembre) può dare un forte vantaggio: i team di vendita sono sotto pressione per raggiungere i loro obiettivi e sono più inclini a concedere sconti o condizioni favorevoli per chiudere un contratto. Inoltre, per un’azienda italiana, chiedere garanzie non monetarie come supporto prioritario in lingua italiana o sessioni di formazione in loco può essere un’importante merce di scambio che aumenta il valore totale del pacchetto senza incidere sul prezzo della licenza.

Un’altra strategia potente, tipica del tessuto imprenditoriale italiano, è quella dei gruppi d’acquisto. Sfruttare la forza collettiva attraverso associazioni di categoria come Confindustria o Confcommercio può portare a sconti volume altrimenti inaccessibili per una singola PMI.

Leve di negoziazione per contratti SaaS enterprise
Leva Negoziale Sconto Atteso Difficoltà Esempio Pratico
Gruppo d’acquisto tramite associazioni 20-30% Media Confindustria, Confcommercio
Contratto pluriennale 15-25% Bassa Impegno di 3 anni con clausola di uscita
Offerta di un case study “Made in Italy” 10-15% Bassa Fornire una testimonianza pubblica sull’uso del software
Negoziazione a fine trimestre del vendor 10-20% Alta Avviare le trattative a fine marzo/giugno/settembre

L’errore di acquistare software complessi che nessuno in azienda userà mai

Forse il più grande costo sommerso nel mondo IT non è l’hardware obsoleto, ma il “shelfware”: software acquistato, pagato e mai (o quasi mai) utilizzato. Questo spreco deriva da una disconnessione tra chi prende le decisioni d’acquisto e chi dovrà usare lo strumento quotidianamente. Spesso, la scelta ricade su piattaforme potentissime e ricche di funzionalità che, però, non rispondono alle reali esigenze operative o si scontrano con una forte inerzia culturale. Per un CFO, ogni euro speso in un software non adottato è un euro sottratto a investimenti più produttivi, un ROI negativo garantito.

Il problema culturale del ‘si è sempre fatto così’ è molto radicato in Italia. Fornire strategie per gestire la resistenza al cambiamento coinvolgendo i dipendenti senior nel processo di selezione valorizza la loro esperienza.

– Virginia Maria Giorgio, Consulente, Università di Roma Tor Vergata

Come sottolinea l’esperta, superare la resistenza al cambiamento è fondamentale. In Italia, questo fenomeno è particolarmente accentuato. Ignorare questo aspetto significa condannare un progetto di digitalizzazione al fallimento prima ancora che inizi. La soluzione è coinvolgere gli utenti finali fin dalla fase di selezione del software, organizzando demo, periodi di prova e raccogliendo feedback diretti. Questo non solo aumenta le probabilità di adozione, ma permette di scegliere uno strumento realmente adatto al flusso di lavoro aziendale, evitando di pagare per funzionalità complesse che non verranno mai sfruttate.

Questo errore ha anche conseguenze fiscali dirette. Molte PMI italiane perdono l’accesso a importanti crediti d’imposta, come quelli previsti dal piano Transizione 4.0, proprio a causa della mancata adozione e documentazione dell’uso effettivo degli strumenti digitali e della relativa formazione. Pertanto, un’adozione fallita non è solo uno spreco di spesa, ma anche una perdita di opportunità di recupero fiscale.

Microsoft 365 o Google Workspace: quale suite si adatta meglio alla mentalità italiana?

La scelta di una suite collaborativa è una delle decisioni più impattanti per la produttività aziendale. In Italia, la sfida tra i due giganti, Microsoft 365 e Google Workspace, si gioca su un terreno specifico, modellato da abitudini consolidate, requisiti normativi e un ecosistema di software gestionali legacy. La decisione non può basarsi solo su un confronto di funzionalità, ma deve tenere conto di quale piattaforma si integra meglio con la “mentalità” e le infrastrutture esistenti delle PMI italiane.

Un team di lavoro in un ufficio italiano moderno valuta le opzioni software collaborative durante una riunione, con focus su materiali di qualità e un'atmosfera professionale

Un fattore critico e tipicamente italiano è la gestione della Posta Elettronica Certificata (PEC). Mentre Google Workspace richiede configurazioni manuali per gestire la PEC, l’ecosistema Microsoft 365 beneficia di plugin dedicati, sviluppati da partner italiani, che la integrano nativamente all’interno di Outlook e SharePoint. Questo semplifica enormemente un processo aziendale obbligatorio e quotidiano.

Caso di studio: l’integrazione della PEC in Microsoft 365 per le PMI italiane

Una soluzione esemplare è Arxeia 365, progettata dal partner Gold Microsoft IWGroup. Questo strumento è completamente integrato nell’ambiente Microsoft Office 365 e permette alle imprese di gestire le caselle PEC e le email condivise direttamente da Outlook, sfruttando le funzionalità di archiviazione e collaborazione di SharePoint. Questo elimina la necessità di accedere a interfacce separate e centralizza la comunicazione ufficiale, semplificando i processi e migliorando la tracciabilità.

Inoltre, la familiarità gioca un ruolo chiave. Microsoft Office è stato per decenni lo standard de facto nella Pubblica Amministrazione e nella maggior parte delle grandi aziende italiane. Questa legacy rende la transizione a Microsoft 365 più fluida per molti dipendenti, riducendo la curva di apprendimento e la resistenza al cambiamento. La tabella seguente riassume i punti chiave del confronto nel contesto italiano.

Microsoft 365 vs Google Workspace per PMI italiane
Criterio Microsoft 365 Google Workspace Vincitore per PMI Italia
Integrazione PEC Plugin dedicati (es. Arxeia 365) Configurazione manuale Microsoft 365
Familiarità Utente Standard de facto in PA e grandi aziende Percepito come più “giovane” o per startup Microsoft 365
Gestione CAPEX/OPEX Permette una transizione graduale ibrida Modello puramente OPEX Microsoft 365
Compatibilità gestionali italiani Integrazioni native (es. TeamSystem) Richiede sviluppo su API Microsoft 365

Punti chiave da ricordare

  • Il passaggio al SaaS trasforma i costi IT da fissi e imprevedibili a variabili e controllabili, migliorando la gestione della liquidità.
  • La flessibilità del modello “per utente” è un ammortizzatore finanziario cruciale durante le crisi economiche o le riorganizzazioni aziendali.
  • La conformità normativa (GDPR, ACN) e la sovranità dei dati non sono ostacoli tecnici, ma fattori strategici che guidano la scelta del provider e mitigano rischi legali e finanziari.

Strumenti in cloud italiani o esteri: dove sono davvero al sicuro i tuoi dati sensibili?

Per un CFO, la sicurezza dei dati non è solo una questione tecnica, ma un fondamentale esercizio di gestione del rischio. La scelta tra un provider cloud con data center in Italia e un colosso globale con server in Europa (ma sotto giurisdizione estera) ha implicazioni dirette sulla conformità al GDPR e sulla cosiddetta “sovranità dei dati”. Il punto cruciale è il conflitto tra le leggi europee sulla privacy e normative estere come il CLOUD Act statunitense, che potrebbe teoricamente consentire alle autorità USA di accedere a dati conservati da aziende americane, anche se i server si trovano in Europa.

Per affrontare questa incertezza, l’Italia, attraverso l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), ha creato un sistema di qualificazione per i provider cloud. Questo sistema classifica i servizi cloud in base al livello di sicurezza offerto, garantendo che i fornitori qualificati rispettino rigorosi standard di protezione, resilienza e localizzazione dei dati. Scegliere un provider qualificato ACN, specialmente per il trattamento di dati critici o strategici, offre una garanzia di conformità e riduce significativamente il rischio legale. Recentemente, ad esempio, è stata annunciata la certificazione di Aruba al massimo livello (QC3) per i dati strategici della PA, un segnale forte dell’impegno dei provider italiani verso la sovranità digitale.

La scelta non è tra “sicuro” e “non sicuro” in assoluto, ma tra diversi profili di rischio. Un provider globale può offrire una gamma di servizi più vasta, mentre un provider italiano qualificato ACN offre una maggiore certezza giuridica e la garanzia che i dati sensibili restino sotto la giurisdizione italiana ed europea. La tabella seguente mette a confronto questi due approcci.

Provider cloud italiani vs globali per dati sensibili
Provider Data center Qualifica ACN Giurisdizione Pro/Contro
Aruba Cloud Italia (proprietari) QC3 (strategici) Italiana/EU ✓ Sovranità digitale
✗ Meno servizi globali
Seeweb Italia QC2 (critici) Italiana/EU ✓ GDPR nativo
✗ Scalabilità limitata
AWS/Azure Regioni EU Qualificati fino a QC1/QC2 USA (CLOUD Act) ✓ Gamma completa di servizi
✗ Rischio giurisdizione USA

Per un’analisi di rischio completa, è indispensabile valutare attentamente le implicazioni legali e strategiche della localizzazione dei propri dati sensibili.

Per applicare questi principi, il prossimo passo è avviare un audit interno delle vostre licenze e dei costi nascosti. Valutate oggi stesso la vostra maturità digitale per pianificare una transizione al SaaS che generi valore reale sul vostro bilancio.

Domande frequenti sulla migrazione a SaaS per le aziende

Come gestire le licenze durante una migrazione ibrida?

Durante una fase di migrazione ibrida, è comune che alcuni software, come i middleware on-premise, debbano rimanere attivi perché servono più applicativi contemporaneamente. Questo crea una situazione temporanea in cui è necessario mantenere sia le licenze on-premise che quelle nuove in cloud, comportando un costo duplicato che deve essere pianificato e messo a budget come parte del costo totale del progetto di migrazione.

Quali strumenti si usano per la migrazione dai gestionali italiani?

Il processo standard per migrare da un gestionale on-premise prevede l’installazione di un software “agente” sulla macchina di origine. Successivamente, si definiscono le specifiche dell’ambiente cloud di destinazione e si avvia una replica del database. Per un periodo, entrambe le versioni (on-premise e cloud) coesistono con i dati sincronizzati, permettendo un testing approfondito. Il passaggio finale, o “cut-over”, consiste nel reindirizzare tutti gli utenti verso l’ambiente cloud, dismettendo quello vecchio.

Come garantire la conformità al GDPR durante il trasferimento dei dati?

Per assicurare la conformità al GDPR, è fondamentale seguire tre passaggi chiave. Primo, affidarsi esclusivamente a fornitori di servizi cloud che abbiano ottenuto la qualificazione dall’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN). Secondo, implementare la crittografia dei dati sia a riposo (sui server) sia in transito (durante il trasferimento). Terzo, documentare meticolosamente ogni fase del processo di migrazione per poter dimostrare la propria diligenza al Garante per la protezione dei dati personali in caso di ispezione.

Scritto da Marco Rambaldi, Innovation Manager certificato presso il MISE, specializzato nella transizione digitale delle PMI manifatturiere italiane. Con 15 anni di esperienza, guida le aziende familiari del Nord-Est attraverso i fondi PNRR e l'Industria 4.0.